«Nel bene o nel male, siamo creature sociali e non riusciamo a sopportare di rimanere troppo a lungo isolati dai nostri simili, anche se non abbiamo nulla di concreto da dire loro.» —(Anthony Burgess, Language Made Plain. English Universities Press, 1964)
La comunione fatica è «un tipo di discorso in cui i legami di unione vengono creati dal semplice scambio di parole». In questa concezione del ruolo relazionale del linguaggio, i saluti e il flusso di conversazione che ne segue diventano una modalità essenziale di intimità, che lega gli individui attraverso l’espressione della loro fragilità condivisa e del desiderio di connessione e riconoscimento reciproco – noi esistiamo. Questo aspetto relazionale apre la possibilità della comunicazione fatica come attività rituale, che non solo stabilisce relazioni ma anche realizza transizioni.
Il linguaggio fatico è un rituale naturale e istintivo a noi tutti familiare. Sperimentiamo quotidianamente come parole prive di significato, o persino fraintese, possano mantenere viva una conversazione. Esse non sono né dentro né fuori di noi, ma costituiscono piuttosto ciò che Lacan chiama una relazione estima: «qualcosa di estraneo a me, sebbene sia al cuore di me». Questo bisogno antropologico e primordiale di comunicazione sottile si ritrova nella ripetizione pensosa dei silenzi tra le parole, nel movimento – meccanico o fluido, ripetuto o congelato – e nella contingenza dello spazio tra potenzialità e attualità, in un gesto sulla carta o in uno scarabocchio metafisico con una matita.
La faticità ha un potenziale multidimensionale. La presente mostra collettiva articola questo discorso attraverso vari mezzi e formati, sviluppando una relazione tra artisti contemporanei e opere provenienti da archivi italiani. L’elemento relazionale della mostra introduce complessità, una forma di cibernetica dell'intangibile, un feedback che richiede un feedback. Questo circuito di relazioni genera entropia, una manifestazione del disordine che avvolge lo spettatore e opera in uno stato che diventa sempre più inconoscibile.
Questo sovrascrivere il sistema si traduce in una selezione di opere, tra cui sculture e dipinti, la cui natura è intrinsecamente cinetica; forme che non sono altro che strutture di pensieri visualizzati messi in atto attraverso segni visibili e parti in movimento. La dicotomia tra potenzialità e azione è la forza motrice.
La «quadrettatura» di Aldo Mondino, intitolata «Tropicale», articola, attraverso le modalità espressive artistiche dell’infanzia, l’idea di creare un equilibrio sfuggente tra ordine e disordine. L’obiettivo di tale ispirazione giovanile, come si può riscontrare nel gesto pittorico dell’utilizzo di un foglio a quadretti, è quello di trovare un linguaggio relazionale per il disordinato e l’ ordinato, un modo di creare arte che è solo superficialmente ingenuo, ma che in realtà afferma intrinsecamente la lotta per stabilire confini semantici per l'immaginazione.
Tutte queste opere presuppongono la possibilità di un accordo – sia esso essenziale o momentaneo, presente o futuro – tra gli esseri umani e i loro sentimenti, tra il sé e le cosiddette facoltà inferiori, e tra identità soggettiva e senso. Queste apparizioni sensoriali ci dicono che la realtà può essere influenzata nel senso desiderato attraverso la co-presenza di specie diverse nello stesso spazio e tempo.
La relazionalità è costituita da movimenti molto lievi, impercettibili a prima vista, tropismi che sono la strategia delle piante per cercare la luce o reagire agli stimoli esterni. Una tensione verso il benessere. Gli esseri umani adottano lo stesso sistema di adattamenti, rischiando difficoltà, affrontando ostacoli e cadute. Basta un “no” invece di un “sì”, un voltarsi le spalle inaspettato, un errore, una disattenzione, una svista… e l’amicizia può essere rovinata: l’altra persona capisce improvvisamente cosa pensiamo davvero di lei e si sente smascherata. “Collage” di Savelli condensa questa conversazione fatta di resistenze, forme e allungamenti, che si protende verso stimoli e attrazioni per trovare un appiglio. Orbite e forme, come se si appoggiassero, scivolano nella superficie bianca
della coscienza, dove sono “all’origine delle nostre parole, dei nostri gesti e dei sentimenti che esprimiamo, che siamo convinti di provare e che possiamo definire." Una formula afatica che permette la gestazione di una relazione.